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Laureato in filosofia, collaboratore del quotidiano indipendente "L'Adige", musicista e segretario dell'associazione di promozione sociale "Occhi Futuri". Automunito.

Che cos'è il silenzio?

"Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere" L. Wittgenstein
Che cos'è il silenzio? Possiamo dire, effettivamente, che esso sia l'assenza di fonti sonore, come sostiene il vocabolario? O piuttosto è un fenomeno umano ed esistenziale, ben lungi dall'essere invece un fenomeno di tipo naturale e scientifico? Anzitutto, diciamo subito che il silenzio non è assenza di fonti sonore, poiché rumore, vocìo o altro piccolo suono sempre ci accompagnerà. In biblioteca c’è il respiro mio e degli altri, le pagine che si girano, la matita che sottolinea. Durante la notte, il frigorifero di casa, l'impianto di riscaldamento, le auto dei nottambuli: tutto ciò non è che la presenza costante di rumore di sottofondo o di ambiente. Ricordiamo anche il famoso compositore John Cage, autore del brano "4' 33"", dove l'orchestra segue perfettamente lo spartito, ma non suona nemmeno una nota, poiché note, Cage, non ne ha scritte. Eppure "4' 33"" non è una canzone silenziosa, perché il rumore o il suono ci sono e trovano il proprio essere nei colpi di tosse e nei movimenti degli spettatori. È l'ambiente dunque che crea la musica. E conferma che non vi è mai silenzio. Tutto ciò è forse vero per quanto riguarda il mondo esterno, ma a livello esistenziale il silenzio non è poi così relativo. Dedicarsi al silenzio, possibilmente al silenzio assoluto, è più che una mera pratica spirituale; infatti, un genuino silenzio è riscontrabile nei rapporti interpersonali e probabilmente è un fenomeno di capitale importanza, almeno per ottenere un'ottimale conversazione e, ancor più profondamente, capire di essere degni, e ritenere degni, di essere ascoltati. In Essere e tempo, il filosofo Martin Heidegger individua due possibilità del fenomeno del parlare: l'ascoltare ed il tacere. Entrambi richiedono il silenzio, come si può facilmente intuire. Lasciamo parlare Heidegger: "Col molto discorrere su qualcosa non è affatto garantito che la comprensione faccia un passo avanti. Al contrario: discutere diffusamente vela l'oggetto della comprensione portandolo in quella chiarezza apparente, che è l'inintelligibilità del triviale" (p. 237). Dunque, il parlare continuo ed infinito non porta ad una conoscenza dell'oggetto in questione, ma anzi le chiacchiere espresse su di esso coprono la sua verità. Parlare troppo significa insomma dis-conoscere.
Ma Heidegger va oltre: "Tacere non significa, tuttavia, esser muto. Il muto ha anzi proprio la tendenza a "parlare". Per il fatto di esser muto, uno non solo non ha dimostrato di saper tacere, ma gli manca addirittura ogni possibilità di dimostrarlo" (ibidem). Insomma, il troppo parlare significa coprire di chiacchiere un oggetto, mentre esser muti significa voler parlare (ma non riuscirci) o non voler parlare (non si ha nulla da dire). "Solo un parlare genuino rende possibile un autentico tacere", sostiene Heidegger. Il tacere, il vero tacere, è un “saper” tacere ed esso deriverà non da colui che parla, ma da colui che sa parlare. Solo chi ha qualcosa da dire può riuscire nell'intento di tacere. In che modo egli lo può dimostrare? Nell'ascoltare. Molte persone fingono di ascoltare perché non sanno tacere. Infatti, l'ascolto è il vero luogo del tacere e del silenzio. Se io ascolto qualcuno con autentica attenzione, ciò significa che io taccia. Ma taccio anche con me stesso. Chi non sa ascoltare, e dunque non sa tacere, continua a parlare con se stesso mentre l'altro gli sta parlando. Egli non ha intenzione di tacere anche quando effettivamente tace. In realtà non sta tacendo, poiché ha già in testa il suo discorso, il quale non è affatto aperto a ciò che il suo interlocutore dice. A meno che quest'ultimo non dica cose che corrispondano a ciò che chi non è capace di tacere sta pensando. Al contrario, l'autentico tacere, ovvero l'autentico ascolto e dunque l'autentico silenzio, è un fenomeno esistenziale che dichiara un'apertura verso l'altro. Sto in silenzio affinché le tue parole possano trovare posto in quel luogo metafisico-esistenziale che io riservo per te che mi stai parlando. Questa è vera ed autentica alterità. Se dunque un silenzio fisico, inteso come fenomeno indagabile da una scienza, in realtà non esiste mai, il silenzio esistenziale è invero un fenomeno attuabile in senso assoluto; il quale, tra l'altro, diventa fondamentale nel fenomeno esistenziale dell'alterità. Infatti, parlare non significa solo un dire qualcosa o un emettere suoni significanti. Parlare è anche saper far silenzio.